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Mon Balcon De Rabat

Aid Mobarak Said

Ieri in Marocco hanno celebrato l’Aid al-Adha, la Festa del Sacrificio, una delle feste più sentite nel mondo musulmano. Conoscevo la festa, sapevo di cosa si trattava, o almeno pensavo.

Circa 4 giorni prima dell’Aid ogni famiglia si è procurata il montone da sacrificare. Chi non aveva un cortile teneva l’animale dentro casa. Per giorni, al rumore incessante dei clacson dei taxi si sono aggiunti i versi dei montoni. La città era in pieno movimento.

La mattina dell’Aid mi sono seduta in terrazza a bere il caffè. C’era un silenzio assordante: nessun taxi, nessun bar aperto, non c’era anima viva per strada e i versi del montone si facevano sempre più deboli. Quell’assenza di rumore mi disorientava, così ho messo un paio di cuffiette per ascoltare un po’ di musica.

La sera mi sono trovata con qualche amico a bere il tipico tè alla menta in un bar con vista sul fiume Bouregreg. Lungo la strada ho incrociato alcuni uomini che raccoglievano le pelli dei montoni, qualcuno ha perfino lanciato la pelle da un appartamento al quarto piano. Infine per raggiungere il bar ho attraversato la medina dove molte teste di montone erano state bruciate.

Il giorno dopo sono partita con degli amici per un weekend a Azzemour e el-Jadida, e lì ho scoperto un altro lato della festa, quello dei bambini. E’ tradizione in Marocco che i bambini festeggino l’Aid lanciandosi gavettoni e uova. Mentre camminavamo tra le strette stradine di Azzemour, i bambini si rincorrevano con dei secchi colmi d’acqua. Un piccolo gruppo ci ha fermati chiedendoci se potevano bagnarci le mani con un po’ d’acqua. Ho sorriso e annuito. Ci hanno resi partecipi della loro festa. Scene come questa sono quasi impossibili da vedere oggi in Italia. E’ stato bello poter vedere del puro divertimento fine a se stesso e non per ottenere qualche “like” su facebook.

L’anno scorso ho vissuto questo giorno da straniera, da estranea, da osservatrice. L’anno prossimo magari lo passerò in compagnia di amici musulmani…

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Hier au Maroc on a célébré l’Aid al-Adha, la Fête du Sacrifice, l’une des fêtes les plus senties dans le monde arabe. Je connaissais la fête, je savais de quoi il s’agissait, ou au moins je croyais de le savoir.

Environ 4 jours avant l’Aid, chaque famille a procuré son mouton à sacrifier. Ceux qui n’avaient pas une cour ont tenu l’animal à l’intérieur de leur habitation. Pendant des jours, les beuglements des moutons se sont ajoutés au bruit incessant du klaxon des taxis. La ville était en plein mouvement.

Le matin de l’Aid je me suis assise dans mon balcon pour boire un café. Il y avait un silence assourdissant : aucun taxi, aucun café ouvert, aucune âme dans la rue et les beuglements du mouton étaient de plus en plus faibles. Cette absence-là de bruit me désorientait, alors j’ai pris mes écouteurs pour écouter un peu de musique.

Le soir, j’ai rencontré des amis pour boire le typique thé à la menthe dans un café donnant sur le fleuve Bouregreg. Le long du trajet j’ai croisé des hommes qui ramassaient les peaux des moutons ; certaines ont même jeté la peau d’un appartement au quatrième étage. Finalement, pour rejoindre le café, je suis allée à travers la medina, où plusieurs têtes de mouton avaient été brulées.

Le lendemain je suis partie avec des amis pour un week-end à Azzemour et el-Jadida, et c’est là-bas que j’ai découvert un autre côté de la fête, celui des enfants. Il est tradition au Maroc que les enfants célèbrent l’Aid en jettant entre eux des ballons d’eau et des œufs. Alors que nous marchions dans les ruelles étroites de Azzemour, les enfants se poursuivaient avec des seaux pleins d’eau. Un petit groupe nous a arrêtés en nous demandant le permis de mouiller nos mains avec un peu d’eau. J’ai souri et j’ai approuvé avec un signe de tête. Ils ont partagé avec nous leur fête. Aujourd’hui c’est presque impossible voir une scène comme celle-ci en Italie. Il a été beau voir du pur plaisir fin en soi et non pour obtenir un « j’aime » sur facebook.

L’année dernière j’ai vécu ce jour comme une étrangère, come une observatrice. L’année prochiane peut-être je vais le passer en compagnie de mes amis musulmans….

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Ti va un caffé?

‘Nonostante il thè sia la bevanda per eccellenza in Marocco, è incredibile quanta cultura si celi dietro una tazza di caffè.

Per un italiano, abituato a bere il caffè nel giro di qualche minuto, il tempo che vi viene dedicato in Marocco è esagerato, quasi irritante. O almeno lo è per me.Ti va un caffè

Non è possibile, o non è normale, per un marocchino spendere meno di venti minuti per una tazzina di caffè, quando in Italia cinque sarebbero sufficienti. Qui ci si siede al tavolino, si aspetta (troppo) che il cameriere arrivi, si ordina il caffè, e talvolta possono passare altri cinque minuti prima di riceverlo. Una volta terminato, si chiede di pagare e capita che ritirino i soldi e che servano qualcun’altro prima di portarti il resto. Insomma, è piu il tempo che si passa ad aspettare, di quello necessario per bere il caffè in sè.

Una volta andavo di fretta e feci un tentativo. Chiesi un caffè al banco. Il cameriere ci rimase quasi male. “Tranquilla, siediti pure, te lo porto io il caffè al tavolo”, pensando forse, che non riponessi abbastanza fiducia nel servizio. Io insistetti e alla fine riuscii a berlo al banco – per inciso, il banco non esiste nemmeno. Era la cassa. – . Pagai il caffè e me ne andai, lasciando il cameriere con un’espressione decisamente interdetta e sconcertata in volto. Quella volta riuscii nella mia “mission”, ma capii anche che non è una cosa fattibile.

Un giorno mi trovai per un caffé con un amico marocchino. Per lui un café crème (una mezza via fra un macchiatone e un cappuccino) e per me un caffé espresso corto. Tralasciando il fatto che il concetto di caffè corto qui non è contemplato, e che ti presentano il bicchiere con il classico café noir dicendoti “Ecco l’espresso”, dopo averlo terminato, il mio amico mi chiese se fossi di fretta. “Perché?” chiesi io. “Perchè hai già finito il caffé”. E il dibattito è cominciato.

Per me l’essenziale è bere il caffé finché è ancora caldo. Per un marocchino il concetto di “prendere un caffè” è completamente diverso. La priorità non viene data alla bevanda di per sé, ma al suo significato. Il caffè equivale a un momento di piacere. Per esempio, può essere bevuto prima di cominciare la propria giornata lavorativa, quindi perchè farlo di fretta? E’ bene cominciare la giornata rilassati e pieni di energia.

Dall’altro lato, il caffè non lo bevi, con esso ti devi bagnare appena le labbra e posare ancora una volta il bicchiere sul tavolo. Fintanto che nella tazza c’è ancora un sorso di caffè (in marocchino “tlsiqa”) – che ormai sarà pure imbevibile – ti auto-autorizzi a restare seduto al bar. E nessuno ti dice niente. E’ come se la tazza o il bicchiere fossero una clessidra.

Quel giorno, quella chiacchierata è stata illuminante. Ma nonostante ciò, i tempi dilatati in questo caso, continuano ad irritarmi.

Ramadan a Rabat

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Anche questo Ramadan è ormai giunto alla fine, il mio primo Ramadan in un Paese musulmano.

Il ritmo e lo stile di vita cambia completamente. L’orario di lavoro è ridotto, i negozi sono quasi tutti chiusi durante il giorno, e la gente si adopera per comprare il cibo per l’Iftar (il momento di rottura del digiuno). Il classico ftour qui a Rabat è composto dall’harira (una zuppa ceci, lenticchie, sugo di pomodoro e vermicelli), datteri, uova sode, chebakia (i biscotti prediletti durante questo mese, fatti di semi di sesamo, farina di mandorle, miele) e un bicchiere di latte.

L’atmosfera cambia completamente a un’ora dall’Iftar. Le strade sono deserte, i taxi inesistenti, e qualcuno si è già appostato al café e ordinato da mangiare, in attesta dell’Adan. Dopo l’Iftar invece, in particolare dopo la preghiera della sera, la città pullula di gente, i tavolini nei café sono molto più numerosi e pieni di gente, i negozi aprono, la medina è animata fino a tardi. Ci si può veramente godere la città di sera.

Quello che mi ha sorpresa è la serenità con cui la gente affronta le giornate digiunando, come non sia infastidita dalla presenza di stranieri che non praticano il Ramadan. Al contrario, se a qualcun’altro di voi è mai capitato di trascorrere l’Iftar con dei marocchini, avrà notato la generosità nell’offrirvi il loro pasto.

Un giorno una mia amica marocchina, dopo avermi offerto un biscotto che io ho rifiutato, mi ha detto: “Davvero non capisco voi stranieri che vi fate tanti problemi a mangiare davanti noi musulmani. Noi pratichiamo il Ramadan, ma sappiamo che è normale che voi non lo facciate, e non ci fate voglia se mangiate in nostra presenza. “

In quanto straniera, a volte ho percepito le giornate un po’ limitate, ma ho potuto vivere questa città con occhi diversi. Un mese che ha sicuramente arricchito la mia esperienza a Rabat.

Adesso non mi resta che augurare Eid Mobarak Said!

PLACE PIETRI RAMADAN

Rabat ramadan

Il whisky marocchino

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Provate a digitare “whisky marocain” su google. La prima immagine che apparirà non sarà una bottiglia di whisky, bensì il tipico tè alla menta, quello con le foglie secche di tè verde, le foglie fresche di menta e tanto tanto zucchero.

Se avete intenzione di andare in Marocco, anche solo per qualche giorno, sappiate una cosa: non importa quanto tempo vi trascorrerete, berrete più tè lì che nel resto della vostra vita. Un po’ come gli italiani e il caffè. Ogni momento è buono per bere un tè. Segui un corso di arabo? Durante la pausa bevi un tè nella sala comune della scuola. Incontri un amico al bar? Ordinate un tè. Vai al ristorante? Non importa cosa deciderai di mangiare, berrai del tè. Torni a casa dal coinquilino/a? Bevete un tè raccontandovi come avete trascorso la giornata. Il tè è talmente pregnante della cultura marocchina che quando, il giorno che sono arrivata a Rabat, ho chiesto a un amico (marocchino) di accompagnarmi a fare la spesa, mi ha chiesto: “Vuoi comprare del tè?” L’ho guardato un po’ incredula e ho ribadito:”No, ho bisogno di fare la spesa. Pasta, riso, carne, verdura. Solite cose, insomma”. A fine spesa, non avevo i biscotti per la colazione, ma avevo un barattolo di tè e un mazzo di menta fresca.

Il tè in Marocco è simbolo di amicizia, accoglienza, unione. Preparare il tè alla menta non è difficile (dicono loro!), ma bisogna seguire alcuni passaggi. Si comincia ponendo delle foglie di tè verde secche sul fondo della teiera, si coprono con dell’acqua e lo si mette a scaldare. Una volta caldo, si versa l’infuso in un primo bicchiere e lo si getta. Si aggiunge dell’acqua nella teiera e si ripete l’operazione. Si versa del tè in un bicchiere e lo si getta. Quest’operazione serve a sciacquare le foglie di tè verde che hanno un sapore molto forte e possono rendere troppo amara la bevanda. Dopodiché si mettono le foglie fresche di menta nella teiera con abbondante zucchero e si aggiunge altra acqua. Bisogna poi versare l’infuso dalla teiera al bicchiere e viceversa per due o tre volte in modo da mescolare bene il tutto. A questo punto il tè è pronto per essere servito e bevuto in compagnia. Ma non è finita qui! C’è un modo particolare anche per versare il tè senza spanderlo. Si parte con la teiera molto vicina al bicchiere e si continua versandolo dall’alto, per poi riavvicinarsi velocemente al bicchiere quando è quasi pieno. Per capire se avete fatto un buon lavoro, il tè deve essere leggermente schiumoso in superficie. Io mi sto ancora esercitando, e intanto mi gusto quello degli altri 😉

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Un pomeriggio all’hammam

Ci sono giorni in cui hai solo voglia di rilassarti e di sentirti coccolata. Beh, non c’è niente di meglio di un pomeriggio all’hammam per soddisfare questo desiderio!

Circa una volta a settimana donne e uomini vi si recano per lavarsi e purificarsi, solitamente il venerdì, giorno della preghiera collettiva in moschea. Ci sono diversi tipi di hammam: quelli popolari situati in medina, costituiti da due grandi sale, una per uomini e una per donne e bambini (frequentati dalla maggioranza), e quelli dotati di più comfort, con lettini in marmo o sale private.

Io e la mia amica ci trovavamo in spogliatoio aspettando che ci facessero entrare. Nell’attesa abbiamo assistito a un via-vai di donne che arrivavano attrezzate con il loro borsone riempito di tutto il necessario per la pulizia del corpo. Ho notato che tutte (ma proprio tutte!) sotto la jellaba indossavano il pigiama; probabilmente perché una volta uscite dall’hammam sarebbero tornate a casa, ma ha sortito comunque un certo effetto ai miei occhi.

Da una porta di vetro da cui non si intravedeva nulla perché oscurata dal vapore, entravano e uscivano alcune donne che indossavano canottiera e pantaloncini neri: sarebbero state loro a prendersi cura di noi. Ebbene si, le marocchine sono abituate sin da piccole a lavarsi secondo la procedura rituale, ma per le inesperte come noi, c’è qualcuno che lo fa al tuo posto, facendoti sentire una vera principessina.

Dopo circa mezz’ora, una di queste signore ci ha fatto segno di seguirla. Ci ha introdotte in una grande sala dalle pareti color panna e la temperatura piuttosto alta: al centro vi era una muretta con dei rubinetti bassi, circondata da seggiolini, e tutto intorno erano installati dei grandi letti di marmo. Una volta attraversata questa sala, la signora ci ha condotte in un’altra stanza più piccola, dalla temperatura ancora più elevata, dove dovevamo aspettarla finché non si fosse liberato un posto. Ci hanno lasciate lì a lessare per quasi un quarto d’ora, fino a quando un’altra donna vestita di nero mi ha presa per mano – separandomi dalla mia amica che avrei rivisto solo alla fine -, mi ha riportata nella sala principale e fatta stendere su un letto di marmo.

Dopo aver cosparso il mio corpo del tipico sapone nero granuloso, ha indossato un guanto e incominciato a massaggiare la mia pelle con movimenti circolari per togliere la pelle morta e quindi tutte le impurità. Tenevo gli occhi chiusi e più volte ha dovuto svegliarmi per chiedermi di girarmi. Dopo il sapone nero, un risciacquo, poi un altro sapone, i dischetti al profumo di rosa sugli occhi, un altro risciacquo ancora e infine uno shampoo per i capelli.

Al termine del rituale mi hanno dato un morbido accappatoio bianco e condotta in spogliatoio, dove ho ritrovato la mia amica. Ci siamo stese su dei lettini e un’incredibile sensazione di relax  e benessere mi ha pervasa tutta. Una volta uscita dall’hammam mi sono sentita di nuovo bambina. hammam

 

Il y a jours dans lesquels tu as seulement envie de te relaxer et te sentir chouchoutée. Beh, il n’y a rien de mieux d’un après-midi au hammam pour satisfaire ce désir !

Femmes et hommes s’y rendent environ une fois par semaine pour se laver et purifier, habituellement le vendredi, jour de la prière collective en mosquée. On trouve différents types de hammam : ceux populaires situés dans la medina, composés par deux grandes salles, une pour les hommes et une pour les femmes et les enfants (fréquentés par la majorité de gens), et ceux dotés de plus de conforts, avec lits en marbre ou des petites salles privées.

Moi et mon amie, nous étions dans le vestiaire en attendant que quelqu’un nous fasse entrer. Dans l’attente, nous avons assisté à un va-et-vient de femmes qui arrivaient avec leur fourre-tout rempli de tout le nécessaire pour la propreté du corps.  J’ai remarqué que toutes (vraiment toutes !) portaient leur pyjama sous la djellaba ; probablement parce qu’elles sauraient rentrées chez eux une fois sorties du hammam, mais de toute façon il a produit un certain effet à mes yeux.

D’une porte en verre, par laquelle on n’entrevoyait rien car obscurée par la vapeur, des femmes portant un débardeur et des culottes noirs entraient et sortaient : ce auraient été elles à se prendre soigne de nous. Eh bien oui, les femmes marocaines ont l’habitude dès qu’elles sont petites à se laver selon la procédure rituelle, mais pour les inexpérimentées comme nous, quelqu’un le fait à ta place, en te faisant sentir une vraie petite princesse.

Après environ une demi-heure, une de ces femmes nous a fait signe de la suivre. Elle nous a introduites dans une grande salle avec les murs couleur crème et la température plutôt élevée : il y avait un mur bas avec des robinets au centre, entouré par des petits sièges, et des grands lits en marbre étaient installés tout autour. Une fois traversée cette salle, la dame nous a menées dans une autre salle plus petite, de la température encore plus élevée, où nous devions l’attendre tant qu’une place se fut libéré. Elle nous a laissé là-bas à pocher pendant un quart d’heure, jusqu’à quand une autre dame habillée en noir m’a prise par la main – en me séparant de mon amie que j’aurais revu seulement à la fin – m’a remmenée dans la salle principale et faite allonger sur un lit en marbre.

Après avoir parsemé mon corps du typique savon noir granuleux, elle a mis un gant et a commencé à masser ma peau avec des mouvements circulaires pour enlever la peau morte et donc toutes les impuretés. Je tenais les yeux fermés et elle a dû me réveiller plusieurs fois pour me demander de me tourner. Après le savon noir, un rinçage, ensuite un autre savon, les petits disques au parfum de rose sur les yeux, un autre rinçage encore et enfin un shampoing pour les cheveux.

À la fin du rituel on m’a donné un moelleux peignoir blanc et on m’a conduite dans le vestiaire, où j’ai retrouvé mon amie. Nous nous sommes allongées sur des chaises longues et une incroyable sensation de relax et bien-être m’a envahie toute. Une fois sortie du hammam je me suis sentie de nouveau une petite fille.

Altro che vernissage!

Una sera decisi di andare al vernissage di un’esposizione fotografica presso la Kulte Gallery. Non amo particolarmente questo genere di eventi, ma non ci avrei guadagnato nulla restando a casa. Quando sono arrivata l’atmosfera era piuttosto calma: c’era chi commentava le foto a bassa voce con qualche amico, chi le osservava attentamente in solitudine e chi si complimentava con gli organizzatori. Io, invece, stavo terminando il giro della piccola sala non troppo convinta di aver compreso il messaggio dell’autore. Intanto sentivo delle note musicali provenire dal cortile interno dell’edificio, così sono andata a curiosare: un chitarrista, un sassofonista e un cantante improvvisato hanno iniziato ad intrattenere il pubblico con della musica. Nel giro di pochi minuti, tutti hanno iniziato a battere le mani a ritmo sostenendo i musicisti.  Nello sguardo delle persone si potevano leggere complicità e divertimento puri perchè la performance non voleva essere di alto livello, anzi voleva suscitare quante più risate possibili, e ci sono riusciti!

Nel frattempo una ragazza si è avvicinata a me, si è presentata e mi ha chiesto chi fossi. Dopo i primi convenevoli pensavo volesse raggiungere le sue amiche, invece è rimasta a parlare con me. Anche il chitarrista ha preso parte alla conversazione, e una dopo l’altra si sono aggiunte altre persone che, come me, si erano recate al vernissage da sole. Ognuno a modo suo era sinceramente curioso di conoscermi, mi dava consigli su cosa vedere e fare a Rabat, qualche contatto utile, e così le chiacchiere e le risate sono continuate fino a tardi.

Ecco cosa mi ha colpita positivamente in Marocco: la semplicità e la scioltezza con cui le persone socializzano, in particolare i miei coetanei.

In Italia, se mi trovassi ad una serata dove non conosco nessuno molto probabilmente sarei lasciata in disparte. Questo in Marocco non è mai successo. Spesso mi sono trovata in situazioni in cui ero l’unica a non conoscere nessuno – per esempio ad una serata o a una riunione di lavoro – e ogni volta almeno una persona è venuta a fare la mia conoscenza.

Durante i quattro mesi di permanenza a Rabat ho stretto diverse amicizie grazie ad incontri piacevoli come questi e mi sono resa conto che quella ed essere più chiusa in realtà fossi io. Siamo talmente bombardati da false verità riguardanti quella fascia di mondo che talvolta finiamo per crederci, inconsciamente. Io ho avuto la fortuna di conoscere molte persone che mi hanno (ri)aperto gli occhi.

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Immagine tratta da http://www.artkulte.com/FXG-CHAMBRE-AVEC-VUE

Un soir je décidai d’aller au vernissage d’une exposition de photos auprès de la Kulte Gallery. Je n’aime pas particulièrement ce genre-là d’évènement, mais je n’y aurais rien gagné en restant chez moi. Quand je suis arrivée l’atmosphère était assez calme : il y avait ceux qui commentaient les photos à voix basse avec un ami, ceux qui les observaient attentivement en solitude et ceux qui se complimentaient avec les organisateurs. Moi, par contre, j’étais en train de terminer le tour de la petite salle pas trop convaincue d’avoir compris le message de l’auteur. Entre-temps j’entendais quelque note de musique provenant de la cour intérieure du bâtiment, donc je suis allée voir ce qui se passait : un guitariste, un saxophoniste et un chanteur impromptu ont amusé le publique avec de la musique. En quelque minute, tout le monde a commencé à battre des mains à rythme en soutenant les musiciens. Dans le regard des gens on pouvait lire complicité et amusement purs car la performance ne voulait pas être de haut niveau, au contraire son but étais celui de provoquer le plus grand numéro de rire possible, et ils y ont réussi!

Entre-temps une fille s’est approchée à moi, elle s’est presentée et m’a demandé qui j’étais. J’étais sûre qu’elle voulait rejoindre ses amies après l’échange de politesse, par contre elle est restée à me parler. Le guitariste aussi a pris part à notre conversation, et une après l’autre d’autres personnes -qui comme moi s’étaient rendus au vernissage seules – se sont ajoutées.  Chacun à sa manière était sincèrement curieux de faire ma connaissance, me donnait des conseils sur quoi voir et faire à Rabat, quelque contact utile, et les bavardages et les éclats de rire ont continué jusqu’à tard.

Voilà ce qui m’a positivement touchée au Maroc: la simplicité et l’aisance avec lesquelles les gens socialisent, en particulier les jeunes de mon âge.

En Italie, si j’étais à une soirée où je ne connais personne, je serais laissée très probablement à l’écart. Çela ce n’est jamais passé au Maroc. Je me suis souvent trouvée dans une situation où j’étais la seule à ne pas connaitre personne – par exemple à une soirée ou à une réunion de travail – et chaque fois au moins une personne est venue faire ma connaissance.

Pendant mes quatre mois de séjour à Rabat je me suis liée d’amitié avec beaucoup de gens grâce à des rencontres agréables comme ceux-ci et je me suis rendue compte du fait que la plus renfermée c’était moi. Nous sommes tellement bombardés par des fausses vérités concertantes cette partie du monde-là que parfois nous finissons par y croire, inconsciemment. J’ai eu la chance de connaitre beaucoup de gens qui ont (re)ouvert mes yeux.

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